Cari lettori di Passioni Virtuali&reali, oggi abbiamo intervistato per voi Carmine Castoro, noto filosofo della comunicazione, giornalista professionista,collaboratore e inviato per quotidiani e magazine nazionali.

 

Come nasce il tuo ultimo libro e a cosa ti sei ispirato in particolare

Ma sai, fra canali mainstream, satellitari e sul Web, è tutto un fiorire di delitti che diventano telenovele, dettagli morbosi, skyline alla CSI, investigazioni pseudo-giornalistiche, cacce all’assassino. Non solo. Viviamo in un Regime delle Paure. Da ciò che mangiamo ai virus che possono mettere a repentaglio la nostra salute, dai “mostri” che attentano a sicurezza e benessere alle emergenze climatiche, al non essere sufficientemente “strong” – come recita la pubblicità – per approfittare delle chance di narcisismo e affermazione che il mercato ci offre: tutto ha l’aria del thriller… E allora mi sono chiesto: non saremo di fronte a una strategia capillare di controllo emozionale attraverso cui il Sistema arriva a difendersi da ogni possibilità di rovesciamento, dicendo in ogni momento chi dobbiamo essere, come dobbiamo usare le nostre energie, e soprattutto chi sono i nostri “veri” nemici da combattere? Approfittando delle “anormalità” e delle “anomalie” per conservarsi più cannibale, amorale, fluido e feroce che mai? Il mio libro “Il sangue e lo schermo. Lo spettacolo dei delitti e del terrore. Da Barbara D’Urso all’ISIS”, edito da Mimesis, è un j’accuse fortissimo su quel terribile allaccio di Informazione&Spettacolo che ci rimanda una realtà del Negativo sempre più banalizzata, desertificata e abitata da fantasmi.

 

Cosa ti ha portato a voler scrivere in particolare di questo tema

Ho 4 incarichi universitari fra Comunicazione e Criminologia alla Link Campus University di Roma, UCM di Malta e Foggia a Scienze Investigative, e nell’ultimo decennio ho fatto molte ricerche importanti nel campo della tv trash, dei condizionamenti mediatici, delle “percezioni regolate” e – come si dice oggi – delle fake news e della “postverità”. E soprattutto dei rapporti Crime&Media, con particolare attenzione a tv del dolore, narrazioni del terrorismo e affini. Come dicevo prima, oggi si punta molto sulle paure e le paranoie sociali perché la tv, per massimizzare ascolti e profitti, si è massicciamente orientata verso un’economia dell’attenzione e delle emozioni che un tempo avevano come aggregatore di effetti il sesso, per esempio, o una politica maggiormente partecipata dalle masse, e oggi, invece, i rischi, le malattie, l’incolumità, ma tutti vissuti in una pericolosa salsa individualista, sempre più desimbolizzata e desolidarizzata. Un nuovo perfido trastullo applicato alla vita reale, che fa incassare tanti soldi a programmi che, dal punto di vista dei contenuti, sono semplicemente inconcludenti e ignobili.

 

Di cosa ti occupi nella vita e da quanto tempo lo fai

Diciamo che da almeno un decennio, da quando ho messo più fra parentesi la mia attività giornalistica e autorale per la tv e sono tornato alla ricerca e alla docenza, la televisione e i new media sono diventati il mio humus, l’acquario virtuale in cui cerco di scovare squali e mostri marini che divorano noi piccoli spettatori-pesciolini… Ma sono un giornalista professionista da venti anni e passa, e ho iniziato giovanissimo a scrivere per quotidiani regionali pugliesi – sono originario di Foggia -, per poi passare al mondo televisivo dove ho firmato tanti programmi, decine e decine di puntate per il palinsesto notturno della RAI e per canali Sky

 

Quali sono gli ultimi eventi ai quali hai partecipato, promuovendo il tuo libro e come ti sei trovato?

Giro sempre tanto per i miei libri, a livello di seminari dove mi invitano a parlare, ma anche festival, serate in libreria o in associazioni culturali e centri di ricerca. Ho fatto anche molte ospitate tv nazionali per l’ultimo libro, come per gli altri, andando varie volte a programmi RAI come “Linea Notte” e “Uno Mattina” e dalla Gruber a “Otto e Mezzo” su La7 dove dissi la famosa frase che creò scalpore in Italia: “ho più paura della D’Urso che dell’ISIS”. In questi giorni ho partecipato ad un grosso convegno internazionale sui media all’università di Bergen in Norvegia dove ero stato selezionato a livello europeo fra i 16 relatori finali

“I libri del borgo antico”, come è stata come esperienza per te?

Era la terza volta che ci partecipavo, ed è stata la più desolante, frustrante e umiliante delle tre, ma anche rispetto a tante altre mie collaborazioni festivaliere in giro per l’Italia. Ho espresso dal palco fortissimamente questo mio risentimento e non me ne pento. A parte l’errore della presentatrice che su 3-4 righe che doveva solo leggere mi ha chiamato Castro di cognome e non Castoro, e a parte una assistente del festival che prima della canonica intervista alla Mondadori a telefono mi ha detto: “buona sera, parlo con la signora Carmine Castoro…?”, ecco a parte queste cose che farebbero anche ridere se non fossero fastidiose e segnalassero già improvvisazione, mi sono trovato di fronte una gestione delle piazze, degli orari e soprattutto della comunicazione sui giornali assolutamente sconcertante e miserabile. Un tunnel degli orrori di incompetenza e provincialismo. Perché il problema della “incompetenza” non è se funziona o meno la macchina organizzativa che, al contrario, mi sembra ben oliata e suffragata da una esperienza ormai pluriennale che manda a traguardo tutti gli appuntamenti letterari. Il punto è: che tipo di cultura Borgo Antico vuole trasmettere? Cultura come sapere critico, circolazione di idee, riflessione delle persone su temi scottanti? A me sembra di essermi trovato di fronte a una brutta polarizzazione: autori “big” e “vip” da un lato, magari super visti in tv, ai quali viene garantito tutto ma proprio tutto per la massima visibilità del loro nome e delle loro opere, e per la loro comodità logistica. La classica compagnia di giro che riempie le piazze, come i dj famosi per le discoteche, e che si trovano dappertutto, sempre gli stessi… Dall’altro, quelli che pur essendo a un livello alto di ricerca, insegnamento e reputazione, come penso di poter dire di me, vengono relegati in piazze e orari sfavorevoli, dove lottano per dieci venti persone che ascoltano, o contro una platea fantasma. E questo per un semplice motivo, tristissimo: i loro nomi non vengono veicolati sui giornali nei giorni precedenti perché si parla solo dei “vip”, di loro non si sa nulla, il sito del festival mette solo nomi e titoli, non ci sono schede biografiche, non ci sono percorsi tematici, non ci sono segnalazioni speciali, i titoli dei libri vengono offerti non completi e quindi risultano fuorvianti (è un saggio? un romanzo? una raccolta di ricette? Booh….), e si viene trattati da un punto di vista strategico e intellettuale come polpette da cannone…Poi, ovvio, di fronte ai Mughini e ai Veneziani, abbiamo folle oceaniche che pendono dalle loro labbra, sotto un bel cielo di stelle, al top dell’agio per tutti… Così non va. La cultura non deve essere una centrifuga dove come direbbe Bonolis “Avanti un altro!”, questo è offensivo e derelitto come approccio. La gente non capisce, non coglie, non ha il tempo per un vero e proficuo incontro con l’autore, devi abbandonare il palco, andare via e lasciare il posto ad altri, tutto cronometrato al secondo, la gente divora facce e riferimenti testuali come pop corn, non è incanalata verso accorpamenti culturali e bibliografici che risulterebbero utili sul piano educativo e didattico, soprattutto per le giovani generazioni di liceali e studenti universitari, e viene ridotta al rango di popolino tele-dipendente che ha come massima soddisfazione quella di vedere dal vivo i personaggi del piccolo schermo che non sempre sono sinonimo di contenuti e insegnamenti etici filosofici e politici. Anche io sono stato direttore scientifico di un bel festival filosofico anni fa a Foggia e ne sarò di un altro a fine ottobre a Matera, capitale europea della cultura, e ho già stabilito argomenti, linee di discussione, inviti a studiosi preparati e la massima vetrina egualitaria per tutti, e mi candido davvero a dare il mio contributo a un Borgo Antico 2020, da intellettuale e da pugliese. Così penso si faccia vera cultura: diffidando delle vedette della tv che ripetono le stesse cose ovunque, accumulando sempre più danaro e popolarità (e questo quando ci sono fondi pubblici di mezzo offre spunto per molte perplessità…), e offrendo invece copertura economica a chi da tempo si batte per cause civili, per l’apprendimento e l’evoluzione mentale e conoscitiva delle persone e per chi ha un percorso di studio che non va relegato e sfavorito, con spazi e tempi risicati, e con il facile oblio degli organi di informazione che ignorano pure se ci sei stato davvero a quella manifestazione…

Il tritacarne della quantità e non della qualità si chiama fiera delle vanità, o sagra del prosciutto, fa lo stesso, dentro il cui recinto, come dice uno scrittore amico mio che stimo e che era ospite quest’anno come me, “i libri sono il male necessario”.

 

 

 

 

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