Chi sei Rossana e di cosa ti occupi?

Sono una giornalista ed insegnante che ha dato vita ad un progetto unico, o meglio, una vera e propria “community” formata da sole donne ma donne per me speciali.www. Modapp. it

 

In cosa consiste il tuo progetto?

Modapp rappresenta un progetto che io definisco “un vero e proprio arcobaleno a colori”. La community è composta in parte, donne vittime di violenza di genere che hanno avuto il coraggio di denunciare, ragazze affette da schizofrenia, da sclerosi multipla, da disturbi alimentari. Ci sono anche giovani mamme, neo mamme, donne in carriera, giovani universitarie.

Questo progetto da voce a quante hanno una storia da raccontare, una storia forte, che rende chi scrive più consapevole quanto parlare, agire, scriverne sia importante. Ho realizzato un portale web in cui parlo soprattutto di violenza di genere accanto a molti altri temi comuni a molte donne.

 

Cosa ti ha spinto a creare un progetto come questo?

E’ semplice, spesso chi subisce violenza non ne può parlare con nessuno, per vergogna o per paura. Con ModApp ho voluto dar voce a tutte coloro che non accettano di restare passive difronte a certe situazioni e anzi al contrario hanno deciso di “difendere” o “informare” o più semplicemente essere un monito per chi si ritrova o rischia di trovarsi in certe situazioni violente. 

Io, accanto ad altre 60 ragazze, vogliamo essere un riferimento per tutte quelle donne in bilico, aiutandole a riconoscere i primi segnali e a prendere dei provvedimenti tempestivi.

La violenza contro le donne, il femminicidio e la discriminazione di genere pervadono ogni ambito della società contemporanea, senza limiti geografici né culturali.
Ancora oggi, numerose donne sono bersaglio di violenze fisiche e psicologiche per mano della controparte maschile.

Violenze dirette o linguistiche, dilagano…

Sfogliando le pagine dei quotidiani nazionali, emerge che molte testate raccontano la violenza contro le donne giustificando indirettamente il carnefice, il suo gesto.

 La vittima “se lo merita” ingabbiata in uno schema che si basa sul concorso di colpe e che stravolge la reale natura del crimine.

Come mai ti soffermi in modo così specifico sul femminicidio?

Partendo dal presupposto che “la discriminazione sessista e gli stereotipi di “genere” pervadono la lingua nella sua interezza e sono rinforzati da essa” (Lepschy, 1989:62), mi sono proposta di studiare come il discorso giornalistico racconti i casi di femminicidio per capire se ed in che modo la lingua possa, in questo caso specifico, favorire un immaginario simbolico fortemente discriminatorio.

Il femminicidio, come qualsiasi fenomeno sociale, gode di una sua manifestazione linguistica e discorsiva. Essa è allo stesso tempo socialmente determinata, poiché si basa su strutture culturali e di potere organizzate all’interno di una comunità e socialmente determinante, poiché attraverso la sua pratica, tali strutture si riproducono costantemente o ne vengono generate di nuove.

Le interpretazioni mediatiche di ciò che accade quotidianamente sono fondamentali per la costruzione di un senso comune in un pubblico vasto come quello di un’intera nazione.

Per questa ragione l’indagine del discorso mediatico si pone come rilevante strumento di analisi.
La rappresentazione linguistica di un fatto sociale è una componente costitutiva dello stesso.

Una sua attenta osservazione è pertanto indispensabile per modificare lo status quo e produrre pratiche di lotta e cambiamento che vi si oppongano. Essere donne non significa essere “carne da macello” oppure “esseri inferiori”.

La passione per la scrittura mi ha portato a realizzare questo spazio in cui le donne possono mettersi in gioco!

 





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